Ringrazia Un Docente: il Prof di Inglese e il Poemetto Misterioso


Aderisco all’iniziativa ringraziando il mio prof di inglese al liceo, per la passione che ha saputo infondermi verso la letteratura inglese.
Era un uomo di una certa età, non piacevolissimo a vederlo: grosso, corpulento, non si curava minimamente dell’aspetto, fumava come un turco e puliva le macchie di caffè con la manica del cappotto, che non si levava mai, neppure in classe; il suo inglese presentava forti inflessioni lucane, quelle volte in cui lo insegnava, ovviamente, perché i suoi argomenti preferiti, sempre espressi in italiano, non avevano niente a che fare con il programma didattico:

  • cos’hai mangiato a pranzo? (detto nei giorni in cui facevamo il turno di pomeriggio, dalle due fino alle sette)
  • chi di voi è andato al paese ieri? (detto il lunedì)
  • tu: vammi a prendere un caffè (per fortuna non l’ha mai chiesto a me)

Quando però si decideva a insegnare imbastiva lezioni molto interessanti, perché ci chiamava alla cattedra e ci faceva declamare Shakespeare, o qualsiasi altro autore, rigorosamente in lingua originale. Non voleva che ci limitassimo a leggere: distribuiva i ruoli fra noi e ci spronava a interpretare i versi, a calarci nella parte, improvvisando delle minirappresentazioni a beneficio della classe.
E al termine della rappresentazione, la ripeteva cambiando gli alunni. Non so quante volte abbiamo fatto morire Romeo e Giulietta.

Un bel giorno si presentò in aula con un libriccino consumato: un poemetto.
Non volle che ci procurassimo il testo, non ci disse neppure titolo e autore. Dovevamo solo copiare sul quaderno –  che ci aveva fatto comprare apposta – i versi che lui riportava sulla lavagna col gesso.
Passò settimane intere a riversarvi il poemetto, una parte o un frammento di parte alla volta, prima in inglese originale, poi in italiano, e non andava avanti se non avevamo copiato tutto.
Metà lezione volava via guardando lui che scriveva sulla lavagna; poiché era un armadio occultava la visuale e dovevamo fare le acrobazie per sbirciare.
L’altra metà del tempo ancora più noiosa, a ricopiare sul quaderno. Non esisteva internet, erano gli anni ’80, non potevamo rintracciare il poema e anticiparci; scoprivamo la storia mano mano che il professore la svelava sulla lavagna, sorprendendoci. Al termine di ogni brano copiato, il prof intavolava una discussione sul significato del brano. Lo chiedeva a noi. Ovviamente brancolavamo nel buio, almeno all’inizio.

Illustrazione di Gustave Doré

Illustrazione di Gustave Doré

Il poemetto parlava di un racconto nel racconto: un vecchio ferma un giovane che si sta recando a delle nozze e gli narra una storia accaduta in mare, sulla nave dove lavorava come marinaio. Il giovanotto è refrattario, vuole continuare il cammino e presenziare alle nozze dei suoi amici, quindi offre resistenza, ma il vecchio, dall’aspetto smunto e sgradevole, insiste e lo ammalia col suo occhio scintillante. Come si può immaginare, dapprincipio sbuffammo anche noi, perché non capivamo il senso della storia, né ci importava dei problemi di quel tizio, ma il prof se ne fregò dei lamenti e andò avanti a muso duro, esattamente come il vecchio.

Man mano che procedevamo con quella che sembrava una punizione,  avvenne l’incantesimo: il poemetto ci catturò sempre più, peggio di una telenovela; da che appariva una lagna, si rivelò essere una storia affascinante e suggestiva, capace di stimolare la curiosità di un gruppo di adolescenti molto vivaci.
Le vicende di quel vecchio marinaio, che uccise un albatros attirando sulla nave una terribile maledizione, colpirono l’invitato alle nozze e pure noi; ci trovammo nello stesso stato d’animo del giovane, prima annoiati, poi rapiti dal racconto del vecchio (del prof), in un processo osmotico dalla fantasia alla realtà che coinvolse tutta la classe, sia ragazzi che ragazze. Vivevamo la storia sulla nave, insieme al vecchio – al prof  – che divenne la nostra Sherazade. Aspettavamo con ansia l’inizio della lezione, perché volevamo sapere come proseguiva l’avventura, e in assenza del professore avanzavamo delle ipotesi, questo anni prima che Abrams tenesse in scacco mezzo mondo con gli enigmi di Lost.

Varie settimane dopo, che ne avevamo passate tante insieme al vecchio, solcando mari ignoti fino alla fine del mondo, giungemmo alla fine dell’opera e ci sembrò di aver perso un compagno, anche se non l’avevamo perso, perché si era trasferito tra le pagine del quaderno e ci ammiccava col suo occhio scintillante.
Non dubitammo affatto quando il prof, rivelandoci il titolo del poemetto, ci spiegò che era una pietra miliare della letteratura romantica inglese, un piccolo capolavoro, perché lo avevamo toccato con mano, eravamo stati sulla nave e avevamo giocato anche noi a dadi con la Morte e la Vita-in-Morte. Alla faccia di qualunque videogame, film 3D o realtà aumentata.

L’esperienza ci appassionò così tanto che… ho dimenticato il nome del prof, ma non quello del poemetto. Si trattava de “La ballata del vecchio marinaio” di Samuel Taylor Coleridge.

Qui c’è una versione gratis tradotta, con testo originale a fronte.

#RingraziaUnDocente

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