Vacanze al cardiopalmo


Avere una sorella archeologa ha i suoi vantaggi.

Gli archeologi passano spesso la giornata a fare la spola tra la zona scavi e la zona reperti e in Campania ci sono molti luoghi a interesse archeologico, situati in località balneari. Mia sorella si ritrovava quasi sempre in estate a lavorare in una di queste zone “pregiate“, alloggiando con le colleghe in una normale casa che si pagavano da sole.

Era perciò naturale che mi ritrovassi ad approfittarne, una mattina mia sorella lanciava la proposta e al pomeriggo ero già in viaggio con lei…

Una estate lei lavorava ad Ascea Marina, nel Cilento, una città molto tranquilla e carina situata in provincia di Salerno. Prendemmo l’auto assieme alle sue colleghe, e durante il viaggio dovetti rispondere alle domande di “storia dell’arte” che avevo studiacchiato a scuola (avevo 12 anni pensate quanto ne sapessi); esempio: che tipo di colonna è questa? A) Dorica, B) Ionica, C) Corinzia

La casetta non era male, a pochi passi dal mare, dai negozi e dal magazzino dei reperti; c’era anche un bel terrazzo con sedia a sdraio subito da me conquistato per i bagni di sole.

La mattina andavo con mia sorella nell’ufficio-magazzino, dove c’erano tanti reperti che lei separava e catalogava in base allo stile e ai colori. A me faceva dividere i cocci in base al colore prevalente, se era nero, rosso o giallo, così avevo qualcosa da fare oltre a leggere il “Topolino”.

Ben presto scoprii che i cocci catalogati poi venivano rimessi assieme come si ricostruisce un puzzle. Si facevano le prove e quando si era sicuri che il pezzo combaciasse lo si passava sul fornellino a spirito, che aiutava a incollare per bene le parti.

Questa fase mi piaceva di più, quindi per alcuni giorni presi la abitudine di stare appiccicata alla collega addetta e osservare attentamente tutta la operazione. Quando accendeva il fornellino a spirito mi piaceva così tanto che avvicinano la faccia per vedere meglio.

Al pomeriggio poi si andava finalmente alla spiaggia.

Una mattina decisi che oramai avevo osservato per bene il loro lavoro e mi scocciavo di andare al magazzino. Mia sorella mi assecondò e mi lasciò a casa da sola, ovvero tutta la giornata sul terrazzo, al pomeriggio poi saremmo andate al mare.

Il terrazzo era tranquillissimo e soleggiato, mentre ero in costume da bagno spaparanzata al sole vedevo sui palazzi di fronte gli altri vicini che facevano altrettanto.

Dopo qualche ora mi accorsi che mia sorella non era ancora tornata, eppure era pomeriggio. A quei tempi non esistevano cellulari, la casa non aveva il telefono e la telepatia non funzionava.

Quindi aspettai. Arrivò la sera e… stavo ancora aspettando! Finalmente bussano alla porta, due colleghi della sorella che mi raccontano cosa era successo.

Avevo fatto bene a restare a casa quel giorno perché mentre la collega usava il fornellino a spirito questi le era scoppiato in faccia spargendole addosso tutto l’alcool infuocato. Lei era diventata una torcia umana, c’era stato il pericolo che avvicinandosi troppo agli altri bottiglioni di alcool prendessero fuoco anche questi, ma erano riusciti a spegnerla in tempo.

Lei era finita in ospedale e per mesi è stata occupata con le operazioni, mia sorella aveva preso solo uno spavento ma stava bene per fortuna, e quando tornò a casa ringraziò il cielo che proprio quella mattina io avessi preferito rimanere a casa.

Passarono altri giorni con un via vai di gente sconosciuta, che veniva a far visita alla collega e si accampava in casa come meglio poteva.

Per motivi di spazio io fui trasferita in una stanza della casa dove non andavo mai e terminai il soggiorno dormendo là.

Quella stanza aveva un’aria sinistra, c’era un mobile di ferro molto alto, senza ante e coperto solo da una misteriosa tenda.

Quando la sera andavo a dormire mi domandavo sempre cosa ci fosse dietro la tenda, ma chissà perché non la scostavo, limitandomi ad immaginare di tutto.

Presa dalla curiosità, una sera mi decisi.

Come nei migliori film del’orrore la stanza era avvolta dalla penombra, illuminata solo dalla luce di un lampione in strada e io in pigiama decisi di non accendere la luce per non farmi scoprire da mia sorella mentre sbirciavo.

Scostai la tenda da un lato e scoprii che c’erano dei reperti, quelli che trovavano sugli scavi e poi catalogavano. Probabilmente a causa dell’incidente il magazzino si era un po’ rovinato e alcuni reperti erano stati spostati qui.

Sempre più curiosa decisi di scostare la tenda anche sull’altro lato. Un grosso teschio umano mi fissava con i suoi occhi cavi, ancora incrostato di terra degli scavi dove era stato trovato, e il cuore andò da 0 a 1000 in un secondo. Soffocai l’urlo per paura che mia sorella mi scoprisse e si arrabbiasse. Il teschio sembrava di un uomo alto e grosso e soprattutto sembrava chiedermi “Che vuoi?“, così io, chiedendo scusa mentalmente per averlo “disturbato“, richiusi ben bene la tenda e mi rifugiai a letto sperando che non mi raggiungesse.

Quella tenda non l’ho mai più  scostata, per la serie “Se non lo vedo non c’è”

Da quel giorno capii che sugli scavi non si trovano solo cocci e vecchie anfore, capii perché mia zia era convinta che mia sorella lavorasse come “becchino”  e soprattutto smisi di avere paura dei teschi in tv…. però continuai a fare le archeo-vacanze con mia sorella.

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