The Secret of Monkey Island


Non c’è che dire, è il mio videogioco preferito.

Lo scoprii nel lontano 1991, grazie ad un collega universitario – Ugo – che mi prestò il floppy del famoso “The Secret of Monkey Island” , primo capitolo della saga creata dalla Lucasfilm

Sì proprio così, su floppy: si trattava della versione per dos ed era distribuita sui floppy 3.5″.

Ugo me ne aveva parlato con toni talmente entusiastici che mi aveva incuriosita, i pirati mi avevano sempre interessato, così fu che mi prestò il videogioco e mi aggiunse che per imparare tutti i comandi ci sarebbero voluti mesi: all’epoca infatti i  personaggi si muovevano usando le frecce e molte azioni venivano eseguite tramite i tasti F1-F12.

Mi prestò anche i fogli con le due figure che sovrapposte ti davano la chiave per avviare il gioco. E anche io entrai nel club. Installai il tutto sul mio 286 e partii per l’avventura piratesca

La grafica non era una bomba, a quei tempi non potevamo pretendere granché, ma per me era già eccezionale: ancora ricordo il luccichìo dell’acqua in quel mare disegnato sullo sfondo del pontile.

La trama era avvincente: il tuo ruolo era interpretare Guybrush Threepwood e il tuo compito era superare le tre prove per diventare un pirata.  Superate le prove ti accorgevi che non era finito un bel niente, perché la tua amata era stata rapita dal Pirata fantasma Le Chuck. Per inseguirlo dovevi trovare una nave , una ciurma, una mappa e salpare per la misteriosa Monkey Island, per giungervi soltanto eseguendo un incantesimo. E solo alla fine potevi riabbracciare la tua amata (il Governatore) mentre Le Chuck esplodeva in una mirade di fuochi d’artificio.

Di tutti i videogiochi che avevo visto prima (molto pochi:Arkanoid: la vendetta di Doh, Asteroid, Prince of Persia e i giochi con le carte) questo era senza dubbio migliore: io che interagivo coi personaggi,  io che partivo da zero e dovevo raccogliere le informazioni per sapere cosa dovevo fare, io che scegliendo i dialoghi decidevo cosa succedeva (anche se comunque per proseguire nella giusta direzione eri alla fine obbligato a scegliere le risposte giuste e solo quelle).

Non ci vollero mesi per imparare tutti i comandi, ma solo poche ore, tanta era la voglia si sapere cosa succedeva.

Carinissima la musica ad apertura e a finale, con tanto di titoli di coda. Adattissima da mettere sul telefonino e canticchiare ogni tanto.

Che belle le lezioni di spada: non colpivi con la spada ma con le parole, con le giuste risposte alle provocazioni che ricevevi rappresentavano un colpo  vincente. Ad es. se ti dicevano “Da quando hai smesso di portare i pannolini?” la risposta giusta era “Perché? Ne vorresti uno?”

Che dire, a me è sempre piaciuta più la lotta verbale, era il massimo. Altro che gli sparatutto.

Mi ritrovai sulle strade dell’isola a sfidare tutti i pirati che incontravo solo per poterli battere.

E il vecchietto del negozio? quello che ogni tanto dovevi mandare a cercare il Maestro di Spada solo per scassinare la cassaforte e prenderti la nota di credito con cui acquistare la nave?

Per non parlare della storia del grog che corrodeva le tazze e delle acrobazie che dovetti fare con le frecce di direzione per travasarlo da una tazza all’altra.

4 mesi per terminare il videogioco.

In poco tempo anche mio fratello vi si appassionò e anche mio nipote, che negli anni è arrivato a giocare tutti i capitoli della Saga (io devo ancora giocare l’ultimo).

Ho sempre sperato che ne facessero una versione cinematografica: ma in fondo non vi sembra che “i Pirati dei Caraibi” ne sia un po’ la eredità?

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