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Esperienze e rilfessioni, Prove sul campo, Scuola e Università

Quando Si Odia il Proprio Lavoro: la Zavorra

Mio padre mi ha insegnato che “non sempre si può fare il lavoro che si desidera, ma si deve comunque farlo bene“.

Lui voleva diventare avvocato ma ai tempi della sua giovinezza non fu possibile per via della Guerra, e, avendo frequentato le scuole magistrali, scelse la professione di insegnante. Lo restò per più di 40 anni e abbiamo perso il conto delle visite, telefonate, lettere e delle cartoline che i suoi alunni hanno continuato a mandargli negli anni dopo la scuola.

Quelle letterine sono state per lui la migliore customer satisfaction.

Ancora oggi vari parenti e conoscenti lavorano nella Scuola, facendo i salti mortali previsti dalle riforme che ti classificano come fannullone con fin troppa leggerezza. Ma chi sono i veri fannulloni?

GENESI DI UNA ZAVORRA

E’ noto a tutti che se una persona si trova ingabbiata in un lavoro che non ama, l’acidità di stomaco sarà l’unica cosa che le farà compagnia negli anni che lo separano dalla pensione, e che conterà giorno dopo giorno come un carcerato conta i giorni mancanti alla  fine della pena.

Avete presente quanto nervosismo diffondono coloro che non amano il proprio lavoro?

LA ZAVORRA IN AZIONE

Queste zavorre si svegliano piene di livore verso il mondo e bramano il contatto con gli altri solo per potersene disfare, clonando nel prossimo la loro insoddisfazione.

Le trovate al supermercato, le trovate in fila alla posta, oggigiorno le trovate pure su internet. Al primo malcapitato che oserà dire “Buongiorno” riserveranno, nel migliore dei casi, poco più di un grugnito.

Convinte che la sorte si sia accanita fortemente solo su di loro condannandole alla prigionia eterna in quella misera “caverna”, mentre il resto del mondo vive beato alla faccia loro, le zavorre si sentiranno a casa solo quando  la nuvoletta di Fantozzi che sosta sulle loro teste avrà inglobato la stanza, trasformando l’intero ufficio in un concerto di grugniti.

Abili nell’arte della travisazione, amano mostrare una  forzata giovialità da quando hanno scoperto il segreto per apparire persone di successo: farsi fotografare col sorriso a 132 denti, come fanno gli imprenditori insomma. E così hanno impegnato le ossa dei genitori per farsi impiantare una dentiera col bollino blu, di quelle che ti porti nella bara.

Ma dentro di loro sanno di essere le solite zavorre marce.

TARE GENETICHE DELLA ZAVORRA

zavorraLa malavoglia, l’insoddisfazione sono deleterie nell’ambito lavorativo e se certe persone si sentono costrette in un ruolo inadatto, invece di sprecare il loro tempo a praticare il bullismo appensantendo il lavoro dei colleghi, dovrebbero avere la dignità, se non la correttezza, di mettersi in pensione anticipata o trovarsi un nuovo lavoro e lasciare il passo ai veri volonterosi.

No, le zavorre non hanno MAI avuto il coraggio di perseguire il sogno della loro vita ma, rose dall’invidia,  si adoperano per stroncare quelli degli altri dichiarando guerra fredda al primo che gli capita, rigorosamente a sua insaputa, calpestando tutte le sue perle. Sì le perle, quelle che non bisogna mai mostrare ai porci.

Nell’episodio Una Seconda Opportunità della serie tv Star Trek The Next Generation, il Capitano Picard vive grazie ad un cuore artificiale impiantatogli dopo una rissa, ma pur di avere un cuore vero esprime il desiderio che quell’incidente non sia mai accaduto. Si ritrova in una realtà alternativa dove lui ha un cuore vero ma stranamente è solo un ufficiale scientifico e non il Capitano. Si chiede  il perché e gli viene risposto “Aveva molte ambizioni ma non ha mai voluto fare i passi necessari per realizzarle“.

Così è la zavorra, aveva mille possibilità ma si è bloccata da sola giustificandosi con mille scuse, la famiglia, i figli, i soldi, ignoranza congenita, ha accettato un lavoro qualunque con la scusa che è un posto fisso ma non ha mai imparato ad amarlo.

Io non ho pregiudizi su nessun lavoro, ma ne ho invece molti su coloro che scaldano la sedia parlando agli altri di “doveri“, che loro però non sentono di avere, e di “lamentele”, che proprio loro non dovrebbero permettersi di avanzare, quelli che  non riescono mai ad essere credibili quando giurano di amare il loro lavoro.

RICONOSCERE UNA ZAVORRA

Le zavorre non hanno quello sguardo tra l’entusiata e il trasognato, non hanno quella sicurezza nei movimenti e nelle parole, non camminano sulle nuvole.

La zavorra parla del suo lavoro con tono pomposo e istituzionale che cela un retrogusto di tristezza, ti distrae raccontandoti dell’amore che per quel lavoro avevano i suoi genitori, i suoi nonni, i bisnonni, il trisavolo, come se il suo Destino fosse quello e lo avesse abbracciato con gioia, ma tralascia di parlarti del  suo amore per quel lavoro.

La zavorra è sempre sul chi va là perché sa che prima o poi farà una cazzata e qualcuno la umilierà per quello, ma sa anche che quella volta che non sbaglierà la cazzieranno ugualmente.

I movimenti della zavorra sono scattosi, nervosi,  passo isterico al mattino, greve al pomeriggio, quando parla devia sempre l’attenzione sugli altri affinché nessuno noti la sua disperazione e indica il muro, il pavimento, il lampadario, indica voi, indica ovunque, tranne verso sé stessa.

Allenata a inserire frecciatine con significati doppi tripli e quadrupli in ogni frase, la zavorra in ambito colloquiale risponde in tono cruciverbalistico-sciaradesco e bisogna risolvere un rebus per decifrare se vi sta chiedendo di sposarla o di andare a fanculo.

La sua deformazione professionale la porta perciò a socializzare con i suoi simili, con i quali ama scambiarsi cattiverie dirette rigorosamente a terzi, quelli assenti perché la fa sentire più intelligente, mentre il contorno di persone buone come il pane,  che le perdonano ogni malignità spacciata per battuta, le conferiscono un‘apparenza da brava persona.

Caratterizzata da assenza di coraggio, la zavorra non è capace di parlar chiaro, ma solo per sottintesi e allusioni in modo che possa sempre accusarti di essere un alienato se affermi che ce l’ha con te: quella volta che la metti con le spalle al muro opta per il silenzio, che dentro di sé  chiama “Ho altro da fare”, o se ha il testosterone alto chiama all’appello il suo entourage per darle man forte.

INFLUENZA DELLE ZAVORRE NELLA SOCIETA’

Le zavorre impegnano così tante energie per dissimulare l’insoddisfazione creando una vita alternativa piena di fandonie da raccontare ai fessi, agli ingenui e alla propria immagine riflessa nello specchio, che non ne resta più per lavorare con profitto.

Quando entrano in menopausa e andropausa le cose peggiorano, quando gli si allunga l’età per la pensione gli si regala solo un’altro motivo per lamentarsi e un’agonia più lunga ai colleghi che dovranno sorbire queste zavorre per diversi altri anni.

E’ proprio grazie a queste “zavorre” che in molte scuole non s’impara più,  che molte aziende non sono più il luogo dove si va a produrre, ma quello dove si deve sopportare, dove la gente si dà i pizzichi sulla pancia per non sbottare contro le zavorre.

Sono loro la fonte del malumore e quando ti puntano lo fanno solo per esasperarti, perché corrosi dal livore sanno gioire solo quando vedono anche negli altri la rabbia che gli mastica il fegato, del resto la saggezza popolare della nonna glielo diceva sempre: mal comune mezzo gaudio.

E’ grazie a queste zavorre che i servizi funzionano male e che è nato il mobbing.

IL LASCITO DELLA ZAVORRA

In una biblioteca universitaria c’erano tre soggetti che decretevano le “Leggi”, tutte donne cinquantenni, una bionda, una bruna e una castana, sovrappeso della stessa quantità di grasso.  Sembravano l’una una variante dell’altra, tre lune piene.

Avrebbero potuto essere chiamate “Le Tre Grazie”, invece gli studenti le soprannominarono “Le tre Porche“, ma non  per la stazza:  era la customer satisfaction che si erano meritate.

Erano così gentili e disponibili  a insegnarci la tenacia per tutti gli ostacoli che frapponevano tra noi e i libri, così prodighe nel dispensare cattiverie e frecciatine trattandoci come feccia perché noi potevamo pagare le tasse (che pagavano anche il loro stipendio) , invece loro, che si vantavano di essere componenti della plebe, non avevano potuto e avevano deciso di sbandierare l’orgoglio dell’ignoranza.

Di leggere i libri di quella biblioteca non gli è mai venuto neanche  il pensiero, effettivamente sfogliare pagine poteva rovinargli le perfettissime unghie. Meglio ruminare il chewingum a tutte le ore e sbavarlo sui libri.

Quando un giorno ci comunicarono che non c’erano più, che una di loro era pure defunta e le altre trasferite, non provammo nulla, nemmeno quella generica pietà per chi muore.

NULLA, è quello che vi lasciano le zavorre.

NULLA, è il loro contributo a questa vita.

IMMENSO, il rancore che covano per quesa consapevolezza di non contare NULLA, di non avere realizzato NULLA.

Le segretarie di quella bilioteca mi hanno dato solo lo spunto per scrivere questo post, oltre alla consapevolezza che le zavorre esistono e le incontrate ogni giorno.

INTERAGIRE CON LE ZAVORRE

Quando incontrate delle zavorre non provate MAI a farci amicizia, non provate MAI a convertirle in persone decenti, sono un investimento a perdere. Predicano bene e razzolano male, i loro capelli vaneggiano maturità, le loro azioni li smentiscono.

Lasciatele covare astio e risentimento, lasciate che la loro pelle diventi  tirata e il colesterolo aumenti, lasciatele rosicare, perché se gli levate anche questo sono perdute.

Più vi attaccheranno, più vi faranno dispetti, più vi provocheranno, più confermeranno di essere solo delle zavorre e voi migliori di loro. Chiedono disperatamente la vostra attenzione, donategli solo indifferenza. Le zavorre sono quei giudici irriducibili di cui parlavo in quest post, se le incontrate chiamatele per nome, sputate sulle loro immancabili offese e poi lasciatele friggere nella loro nullità.

Lasciate che sia la customer satisfaction a dargli l’appellativo che meritano.

Discussione

2 pensieri su “Quando Si Odia il Proprio Lavoro: la Zavorra

  1. lavoro in Comune da diversi anni, progressivamente il lavoro e soprattutto l’ambiente e le dinamiche mi piacciono sempre meno, mi sento sfruttata e non vedo prospettive, mi sento proprio come in una gabbia, temo di diventare una zavorra e per questo medito da un pò di dare le dimissioni, tanto sarebbe la stessa cosa se riuscissi a cambiare ente perché le dinamiche sono sempre le stesse specie per chi non è politicizzato e/o leccaculo, per giunta capace e quindi sempre pieno di lavoro. Niente carriera, aumenti contrattuali bloccati per anni, le ferie sono un problema, carichi di lavoro più pesanti perché non si fanno assunzioni e perché gli altri colleghi poverini non sono in grado oppure tengono famiglia …e ci si deve considerare fortunati , bisogna resistere (detto magari da un Dirigente ruffiano e leccaculo, prestanome per i troiai degli amministratori, con quadruplo stipendio del mio e pressoché nullafacente). Spero prima o poi di avere abbastanza coraggio per cambiare vita, non ho figli da mantenere né (per il momento ) mutui da pagare… è proprio così pazzesco lasciare il POSTO FISSO PUBBLICO???? o piuttosto finirò di impazzire restando (prospettiva fino a 65 anni cioè altri 20 anni)
    ciao

    Pubblicato da gios | 7 luglio, 2011, 11:45 pm

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